PIENA E BUONA OCCUPAZIONE

Il reddito di cittadinanza così come viene attuato oggi dal governo è profondamente cambiato rispetto all’iniziale idea del Movimento 5 Stelle.  Si è cominciato con il “reddito di base”, cioè con una misura riguardante l’intera popolazione. Chiunque lo percepisse poteva decidere di tenerselo senza lavorare: poteva passare la vita surfando a Malibù e dormendo sulla spiaggia sotto una tenda. Persino Rothschild lo avrebbe preso pagandoci le tasse. Con quei soldi ognuno poteva fare quello che avrebbe voluto. Berselo tutto, farci altre spese “immorali” o tesaurizzarlo e intanto lavorare, anche in nero!  Così è stato raccontato per anni e così probabilmente lo hanno capito gli elettori che hanno votato Cinque Stelle, magari sicuri che lo avrebbero preso tutti eccettuati i super ricchi. Soldi, dunque, in cambio di nulla. E il costo di una simile operazione, in Italia, si sarebbe aggirato intorno a 50 miliardi l’anno!

Al contrario il Pd proponeva il LAVORO DI CITTADINANZA, cioè l’impegno della collettività a creare occupazione per tutti allo scopo di combattere la povertà. Non a caso lo slogan della campagna elettorale era: “Lavoro, lavoro, lavoro”.

Oggi, il reddito di cittadinanza attuato dal governo è a metà strada fra quella che fu del Pd e l’iniziale idea grillina. Infatti il governo vuole dare il reddito di cittadinanza a chi è disoccupato, e nemmeno a tutti i disoccupati. In cambio del reddito chiede la disponibilità ad accettare uno dei tre lavori che verranno proposti e un impegno di otto ore settimanale per lavori utili da mettere a disposizione del Comune in cui si risiede. Nel frattempo, inoltre, il disoccupato dovrà seguire corsi di formazione. Niente più dunque che un sussidio di disoccupazione alla tedesca. E per guardare all’Italia una sorta di REI (Reddito di Inclusione) allargato.

I teorici del “reddito di base” avevano definito questo schema di welfare “trappola assistenziale”. E aldilà di questi teorici, è ben chiaro che là dove il lavoro non c’è (es. Mezzogiorno italiano), il reddito diventa pura assistenza. D’altro canto, lo Stato non si occuperebbe più di creare lavoro, visto che ha dato un po’ di soldi ai disoccupati – si stima sette miliardi, la settima parte di quanto promesso – che tali dunque resteranno.

Il grillismo giustifica l’assistenzialismo dicendo che le tecnologie e la robotizzazione provocano la scomparsa del lavoro. Già qui c’è un errore di analisi: oggi infatti il lavoro è in massima parte servizio e sempre più lo diventerà. Quindi non scomparirà. Ma perché aderire a questa visione pessimistica? Non è meglio ipotizzare che le nuove tecnologie possano produrre un lavoro migliore, meno faticoso perché supportato da queste, meno alienante, meno ripetitivo e più creativo, e con un orario che tenda a ridursi? E – soprattutto – di un lavoro che sia orientato a soddisfare le tante necessità che oggi ci sono, e che non sono affrontate, per mancanza di progettualità, o per miopia politica.

E’ una sfida, culturale e politica, quella che intendiamo lanciare: quella di porsi l’obiettivo della PIENA E BUONA OCCUPAZIONE.

Costerà parecchio, ci dicono in molti. Ma costa per la verità anche il reddito voluto dal governo che viene finanziato a debito, senza importanti contropartite per la collettività che pure quel debito si accolla e dovrà pagare. Per quanto ci riguarda inoltre non proponiamo di fare tutto e subito, ma di iniziare a muoverci nella direzione della piena occupazione. Un passo alla volta, ma avendo ben chiaro l’obiettivo e la strada da percorrere. Evitando così il velleitarismo e la confusione che caratterizzano l’operato del governo giallo-verde.

Cominciamo col dire che in Italia c’è molto da fare e che non viene fatto. E il non farlo determina pericoli, ingenti danni e altissimi costi successivi.

Valga l’esempio della messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio esistente, che, non fatta, provoca poi tragedie, crolli, alluvioni e spese ingentissime, come quelle che saranno necessarie per i tragici avvenimenti di Genova!

C’è poi un secondo, importante esempio: quello della prevenzione delle malattie che costituiscono le cause di morte più alte in Italia (malattie cardiovascolari e tumori). Esse sono dovuto a molte cause, tra cui l’alimentazione, l’ambiente, gli stili di vita, i trasporti.

E’ possibile, intraprendendo un serio e completo programma di prevenzione, ridurre significativamente l’incidenza di tali malattie, aggiungendo anni alla vita, ma anche vita agli anni. Un programma che potrebbe significare nuove possibilità di lavoro nel campo delle professioni mediche, infermieristiche, tecniche, nonché la individuazione di nuove figure professionali da impiegare.

Quello che proponiamo non è fantascienza: è possibile, a condizione di avere volontà politiche orientate alla sostenibilità generale.

Ma le risorse, diranno alcuni, dove si trovano?

Intanto, è evidente che la disoccupazione costa comunque. Ed è evidente che qualsiasi programma contro la disoccupazione e di sostegno al reddito ha un costo.

Perché non decidere di orientare questo costo, queste risorse, anziché limitarle all’assistenza o magari alla sopravvivenza, a creare nuovi lavori per risolvere problemi serissimi, quali quelli esemplificati? Invece di lamentarsi della impossibilità di fare, cominciamo a fare, ad elaborare cioè progetti che consentano di raggiungere anche solo obiettivi parziali. Agendo con la logica riformista che non mira al tutto e subito, ma ad avvicinarsi all’obiettivo finale step by step.

È ovvio che il lavoro venga creato dall’impresa, ma non solo.  Lo può creare anche lo Stato. Facciamo qualche esempio. Il Comune di Perugia potrebbe decidere di costruire i marciapiedi che non ci sono. Potrebbe stanziare una cifra e dare lavoro ad un certo numero di disoccupati per progettarli e per realizzarli. La Provincia potrebbe verificare la sicurezza di tutte le infrastrutture viarie e scolastiche. La Regione potrebbe mettere in atto un piano di recupero e messa in sicurezza di tutto il patrimonio edilizio storico pubblico e privato. Le Aziende Sanitarie Locali potrebbero formulare programmi di prevenzione delle malattie, cosa che anche se molto parzialmente hanno già iniziato a fare.

È nostra intenzione presentare una serie di proposte concrete che possano creare lavoro in questi come in altri settori. Naturalmente, siamo aperti anche a proposte provenienti da altri. A condizione che gli investimenti fatti servano davvero a ottenere qualcosa di utile e di duraturo per la collettività.

L’obiettivo della piena e buona occupazione è il nostro progetto per Perugia. L’ idea guida è che Perugia debba diventare una “capitale dei lavori”. In tale direzione dovrebbe muoversi non solo la pubblica amministrazione ma anche l’Università, i centri di ricerca, di formazione e, ovviamente, le imprese private.

Naturalmente siamo ben consci di non essere autosufficienti. Nè lo vogliamo. Anzi, al contrario, chiediamo a tutti i soggetti istituzionali e non di farsi carico di questo progetto che sollecitiamo e al quale cercheremo di dare il nostro contributo.

PROPOSTE PER PERUGIA

Innanzitutto va cambiato l’approccio: Il Comune deve aggiungere al modo tradizionale di intendere la propria attività, legata al concetto di Urbs, il punto di vista della Civitas e cioè della società che abita l’Urbs. Per far questo il Comune dovrà diventare lo snodo fondamentale per gestire il reddito di cittadinanza, impiegando le persone che a Perugia lo riceveranno, così come avviene oggi per il REI e coordinandosi con Regione, Centri per l’impiego, Università oltre al variegato mondo imprenditoriale. Il nostro progetto, dunque vuole dare uno sbocco produttivo al reddito di cittadinanza e noi incalzeremo Governo e Parlamento perché questo avvenga. 

Per affrontare correttamente il tema lavoro occorre innanzitutto conoscere.

Il Comune dovrà quindi tracciare una mappa sociale dei cittadini: sapere il loro grado di istruzione, quanti sono gli occupati e come, quanti i sottoccupati, quanti gli inoccupati. In questo ambito la prima cosa da fare è ovviamente individuare la platea del reddito di cittadinanza: chi lo percepirà. Ma occorre anche Prevedere. Capire cioè cosa accadrà nel mondo del lavoro in futuro. Occorre stimolare studi e ricerche in questa direzione e questo può essere un importantissimo sbocco per la disoccupazione intellettuale. Gli attori principali dovrebbero essere dunque Comune – imprese – Università. Ad esempio, potremmo cercare di prevedere i bisogni futuri nel settore della sanità perugina, arricchendo ciò che già sappiamo, e cioè che nei prossimi anni mancheranno medici ed infermieri in grande quantità. Si potrebbe iniziare col formare proprio queste figure professionali e altre che emergessero come indispensabili dalla nostra ricerca. Potremo così Prevenire gli eventi dannosi futuri; nel caso sopra descritto si tratta di prevenire i danni per la salute dei cittadini, intervenendo per tempo con progetti di formazione del nuovo personale sanitario. Prevedere e prevenire sono strettamente collegati: la prima è una fase di studio, la seconda di intervento. Per prevenire occorre dunque fare un’enormità di cose che oggi purtroppo non si fanno. Si tratta del lavoro per creare nuovo lavoro!

Oltre alla sanità, non è difficile individuare almeno altri tre settori su cui intervenire attraverso i soggetti mobilitati con il Rdc: l’edilizia, la mobilità, la cultura-informazione, e la sicurezza del territorio

Per quello che riguarda l’edilizia occorre da subito fare un importante lavoro di studio e rilevazione su tutto il patrimonio pubblico e privato, a partire da quello storico, allo scopo di garantirne la sicurezza antisismica ed iniziare un ciclo di rigenerazione urbana. C’è poi il problema delle infrastrutture. Nessuno pensa di fare grandi progetti solo col lavoro di cittadinanza, ma progettare e realizzare l’arredo urbano, a partire dai marciapiedi, si può fare, così come si possono prendere iniziative di agricoltura urbana. Nel caso della sicurezza del territorio, poi, oltre a promuovere ed elaborare progetti, il Comune potrà chiedere alle imprese che fanno i lavori di assumere personale pagato col reddito di cittadinanza. Anche una nuova mobilità, basata sulla condivisione e su mezzi innovativi, potrebbe offrire nuove occasioni di lavoro.

Anche per la cultura e l’informazione non sarà possibile mettere mano a mega interventi. Ma intanto si può prevedere cosa accadrà. È purtroppo facile capire che ci sarà – causato anche dalla politica del governo – un crollo dell’occupazione nel mondo dell’informazione. Qui occorre pensare a corsi di formazione per preparare nuovi operatori e nuovi giornalisti, magari collaborando con la scuola di giornalismo della Rai e utilizzando fondi europei. Corsi peraltro che il Comune dovrebbe organizzare anche per gli altri settori.

Quanto alla cultura, ci sono lavori da fare e spazi da riempire negli archivi, nei musei (compresa la Galleria Nazionale), nelle soprintendenze e in altri luoghi da individuare. Anche qui si potrebbero dirottare i percettori del reddito di cittadinanza.

Per portare avanti un tale progetto, che va ulteriormente studiato e dettagliato, occorre un vero e proprio assessorato alla piena occupazione. Quanto al Rdc occorre iniziare da subito la battaglia affinché il suo uso sia incentrato sui Comuni. Anche se ciò non avvenisse, comunque dovremo fare uno sforzo progettuale per mettere il Comune nelle condizioni di essere l’ente che meglio e più degli altri ne propone l’uso, allo scopo di garantire non solo assistenza ma lavoro effettivo.

Il modo migliore per prevedere il futuro, dunque, è progettarlo, utilizzando le tre categorie: conoscere, prevedere, prevenire, con l’obiettivo di raggiungere una piena e buona occupazione.