PERUGIA 2019

Perugia non è più la capitale dell’Umbria ed è necessario che riassuma la valenza di piattaforma territoriale come luogo di competizione con città suoi simili nello scenario nazionale e internazionale. Perugia deve tornare a svolgere questo ruolo perché le risorse sono qui, la Pubblica Amministrazione e le Università sono qui, la storia è qui. La città deve tornare ad interloquire con la regione, evitando di proseguire la confusione tra policentrismo e spalmatura delle risorse. Deve rivendicare nei fatti, prima che con le parole, il suo “ruolo-guida” che trascina i territori in un percorso di crescita inclusiva aprendo nuove prospettive e orizzonti con un respiro sovranazionale. Una città non chiusa nelle sue mura, ma capace di dialogare al suo interno per comunicare con il mondo.

Per fare questo bisogna prendere atto che siamo dinanzi ad almeno tre mutamenti strutturali: demografico, sociale ed economico.

Mutamento socio-demografico

Siamo davanti ad una popolazione che complessivamente è cambiata dal punto di vista anagrafico poiché si è avuta un progressivo aumento dell’età media, con un invecchiamento che pone Perugia al di sopra della media nazionale. Parallelamente la componente straniera è quella di dotata di maggior dinamicità. Avere una popolazione così strutturata significa avere una popolazione con propri specifici bisogni, esigenze, preferenze, problemi; significa anche una rarefazione delle forze giovanili che costituiscono un locomotore fondamentale per le loro energie, in termini di attività, di volontariato sociale, di capacità innovativa, di vitalità e qualità del mercato del lavoro.

Mutamento sociale

Perugia si è posizionata la di sopra della media nazionale e tra i principali comuni italiani dove l’incidenza percentuale della popolazione extra-italiana e extra europea è superiore alla media nazionale, configurando a tutti gli effetti un mutamento etnico-culturale della comunità perugina. Ciò è avvenuto nell’arco di un ventennio con flussi di immigrati che provengono principalmente da alcuni paesi dall’Europa centrorientale (Albania e Romania, anni 90) e in minor entità dall’America latina (Equador) e, infine come terza ondata degli anni 2000, dal nord-Africa, principalmente Libia, Tunisia e Marocco. Siamo quindi davanti a una composizione multietnica della società che è cambiata radicalmente. Questi flussi tendono a costituire delle comunità relativamente giovani, relativamente chiuse, che hanno contribuito a cambiare il volto sociale di alcuni interi quartieri o realtà dell’immediata periferia, portando con sè la propria cultura, i propri costumi, i propri credi religiosi ed i propri modelli comportamentali.

Mutamento economico

Il terzo mutamento strutturale della Città è di natura economica. Perugia è una città, unitamente al suo territorio comunale, che ha vissuto fino alla seconda metà degli anni 80 una centralità basata sulla produzione e ridistribuzione della ricchezza capace di stimolare consumi ed investimenti. Ciò accadeva mediante un circuito virtuoso che dalle produzioni manifatturiere, legate ad imprese leader nazionali ed internazionali, giungeva a creare ricchezza ed occupazione attraverso il pagamento di redditi e salari più che dignitosi e rendendo il lavoro capace di produrre virtuosi percorsi di emancipazione sociale. Inoltre, questa ricchezza si riversava sui consumi di beni e servizi che la città offriva, in particolare nel suo centro storico. Si trattava anche di consumi sociali e culturali che conferivano una spiccata vitalità all’associazionismo culturale e sportivo, così come alle altre tante sue declinazioni; tutte queste declinazioni beneficiavano della presenza di queste imprese.

Questo modello di sviluppo nella seconda metà degli anni 80 è entrato in crisi. Le imprese non hanno fatto più da traino e Perugia è entrata in una fase di transizione, ed oggi è ancora alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo economico. Questo percorso si è rivelato a tutt’oggi complicato e lungo con il risultato che nel suo dipanarsi ha sempre più allontanano il comune di Perugia da quelle che erano le condizioni virtuose del suo precedente modello di sviluppo economico. Diversi indicatori testimoniano questa condizione di difficoltà nell’individuare un nuovo modello di sviluppo (basti ricordare il reddito medio pro-capite caduto sotto il livello della media nazionale).

Negli anni 90 si è provato ad immaginare un modello, o meglio a creare le condizioni per un nuovo modello sostituivo, capace di far fronte al percorso di deindustrializzazione. In questo insieme di condizioni la Pubblica Amministrazione ha cercato di svolgere un ruolo compensativo nella produzione e redistribuzione della ricchezza. A tutti gli effetti, Perugia ospita molte istituzioni nazionali, basti citare la magistratura e le Università, ma anche moltissime funzioni regionali, basti citare la sanità e il mondo dell’istruzione nel suo complesso. Il mondo della Pubblica Amministrazione, sebbene abbia fatto galleggiare i consumi, non è stato esso stesso un motore di sviluppo capace di sostituire quello manifatturiero.

Perugia si trova in una evidente situazione di limitata capacità di produrre ricchezza ed in una condizione di declino economico testimoniato da molteplici indicatori quali: disoccupazione giovanile, compressione del reddito medio pro-capite, emigrazione della forza lavoro giovanile qualificata verso Città metropolitane italiane o Paesi stranieri.

Impatto dei mutamenti

I mutamenti strutturali sopra riportati hanno operato congiuntamente in modo estremamente negativo per Perugia determinando la lacerazione dei suoi legami comunitari. La città ed i suoi territori, come la comunità che vi è insediata, si trovano lacerati in microcosmi disarticolati al loro interno, senza connessioni e isolati. Microcosmi con bisogni crescenti che però, a causa delle lacerazioni, si annodano in un circuito vizioso con una sempre più limitata capacità di risoluzione dei problemi.

Si tratta di una lacerazione che ha inciso sui legami profondi che ha generato microcosmi deboli e vulnerabili quali le famiglie anziane sole, le isolate comunità etniche straniere, la povertà che non appare, riluttante a rivelarsi ma che è presente e vive nelle mura domestiche e che porta con sè il dramma della salute, ovvero il dramma di non poter ottemperare alle cure mediche e di non poter beneficiare dell’assistenza sociale e sanitaria.

Se lo scenario è quello di una società lacerata che ha generato questi microcosmi, bisogna evidenziare come questo scenario è in contraddizione profonda con il percorso storico strutturale della genesi della società di Perugia.

La società perugina aveva una identità profondamente marcata in termini di coesione, d’inclusione, di tolleranza; era una società aperta e la sua apertura derivava antropologicamente dal vissuto della povertà e della società agricola che si emancipa e diventa società industriale. In quel continuum sociale di miglioramento economico, le forze del cattolicesimo sociale e democratico e le forze di una sinistra progressista e riformista si erano unite per cercare legami nel campo economico, evitando condizioni di conflittualità sindacale e industriale tra datori di lavoro e lavoratori, con capacità di mediazione e di risoluzione di crisi economiche da parte di queste correnti culturali e politiche.

Era una società capace di includere i diversi accogliendoli, grazie alle istituzioni universitarie presenti in questa città che facevano dell’accoglienza ma anche della formazione culturale che era alla base dell’inclusione, un punto qualificante della propria attività. Perugia era quindi una città che seppure non metropolitana aveva talune fondate ragioni per sentirsi tale. Ragioni che risiedevano nella sua grandezza sociale e della sua capacità inclusiva. Una capacità che permetteva a Perugia di aprirsi al nuovo e alle innovazioni sociali, guardando alle categorie sociali più povere, provando ad immaginare strumenti di assistenza importanti a favore di dette categorie, strumenti la cui efficacia era dovuta anche all’esistenza di una rete di associazionismo forte e radicata nella città. L’attenzione verso le categorie più svantaggiate, economicamente e socialmente, prendeva corpo grazie al costituirsi di una rete che andava dall’associazionismo alle cooperative sociali, fino a coinvolgere la rete socio-assistenziale della sanità pubblica.

Era quello un modello identitario che sapeva unire dimensioni sociali, culturali ed economiche. La perdita di quell’identità, unita alla crisi del modello di sviluppo economico, ha portato alla formazione di microcosmi non autarchici, i cui appartenenti costantemente si impoveriscono vedendo aumentare il proprio senso di solitudine, le proprie paure ed i disagi reali e percepiti.

In estrema sintesi il mutamento strutturale della comunità di Perugia si sostanzia nel passaggio da una società aperta ed inclusiva, a diversi microcosmi tra loro disconnessi.


La pesante eredità della Giunta Romizi

L’Amministrazione Romizi in cinque anni ha preferito voltarsi dall’altra parte, evitando sistematicamente di guardare in faccia e affrontare i mutamenti sopra indicati, limitandosi ad amministrare l’esistente senza dare risposte vere, profonde che potessero incidere nel contesto demografico e socio-economico. Ha preferito scorciatoie e slogan, anziché provare a costruire una nuova idea e visione di Città, in grado di rispondere ai nuovi bisogni e di offrire reali opportunità ai giovani.

In questi 5 anni di governo del centrodestra la città di Perugia ha subìto un’involuzione rispetto alla sua innata propensione verso nuove culture e nuovi orizzonti.

Se dovessimo dire cosa verrà ricordato di questi cinque anni, potremmo sintetizzare così.

Attenzione alla spesa, ma per riorientarla verso priorità e bisogni non condivisi con i cittadini e con “buchi neri” come decoro urbano, verde pubblico e manutenzioni stradali, oltre alle tante opere incompiute. Sostanziale disinteresse per la cultura, con grandissima parte dei fondi dirottati su Perugia 1416, manifestazione lontana dalla storia e dal comune sentire della Città. Molta ordinaria amministrazione, con pochissima visione progettuale. Diverse promesse disattese, a cominciare dal carico fiscale e tariffario cresciuto (Tari, acqua e servizi all’infanzia). Riscossione dei crediti al palo, con forte iniquità verso chi ha sempre pagato. Nessun fatto per migliorare viabilità e mobilità, solo qualche idea ad oggi non finanziata né realizzata. Grande sproporzione tra impegno e risultati molto inferiori alle attese. Il grande cambiamento è rimasto promessa elettorale. Perugia è ferma, più provinciale e senza serie prospettive di sviluppo.

Il volto civico con cui Romizi si è proposto cinque anni fa, risulta oggi del tutto accantonato a favore di una asimmetrica alleanza elettorale che va da una preponderante destra leghista sino a pezzi isolati del vecchio centro-sinistra (da Pillon ad Arcudi), dove l’unico collante sembra essere il potere fine a se stesso, non essendoci alcuna convergenza programmatica che tiene insieme tutte le liste a sostegno di Romizi. Con il rischio concreto di consegnare Perugia ad una forza politica che non si cura dei valori nei quali la nostra comunità si è sempre ritrovata: il rispetto della democrazia, dell’uguaglianza, della non discriminazione, della valorizzazione del ruolo della donna nella società.

Un altro PD è possibile

Le circostanze che emergono dagli atti della recente indagine sui concorsi in sanità restituiscono un’immagine distorta del Partito Democratico, totalmente opposta alla nostra storia, ai nostri valori e ai comportamenti di migliaia di iscritti, simpatizzanti ed elettori.

Il PD è una comunità di donne e di uomini che ha sempre lavorato con serietà, onestà e rettitudine nell’interesse generale, senza chiedere nulla in cambio, per affermare i principi di eguaglianza e di merito. E a tali principi e valori non intendiamo rinunciare, oggi ancora più di ieri.

Siamo lontani anni-luce dal metodo del consenso costruito sulle “raccomandazioni” o sulle conoscenze e la nostra comunità si impegna quotidianamente, con passione, integrità morale e in modo disinteressato, per costruire un presente e un futuro migliore per la nostra Città e i suoi cittadini.

Questi sono i nostri inderogabili valori e le nostre idee che continueremo a portare avanti, con ancora più forza e convinzione, insieme alla nostra visione alternativa di Città.