Gastronomia Umbra: una crisi emblematica

In questi giorni è stato denunciato sulla stampa locale il dramma che stanno vivendo i lavoratori della Gastronomia Umbra, licenziati in tronco in piena pandemia nonostante il divieto di licenziamento previsto dal decreto legge “Cura Italia” e nonostante la possibilità di ricorrere alla CIG sino alla fine dell’emergenza sanitaria.

Si tratta di una crisi aziendale da risolvere, ma che impone anche un ragionamento ampio.

Ciò che stanno vivendo quelle famiglie, in questo preciso momento storico, è emblematico; è un primo esempio di quelli che potranno essere i tanti casi che potremmo avere, a cominciare dalla fine dell’estate, quando verranno meno gli ammortizzatori sociali e il divieto di licenziamento, se gli interventi messi in campo dall’Europa e dal Parlamento per contrastare la profonda crisi economica non dovessero risultare sufficienti.

Il PD di Perugia, che non è parte in causa della trattativa in atto, vuole comunque offrire tutto l’aiuto possibile, anche materiale, per sostenere le lavoratrici e i lavoratori coinvolti. Esistono soluzioni alternative, e probabilmente ben più efficaci dell’integrale esternalizzazione della produzione, e siamo certi che le parti in causa, a cominciare dai sindacati, sapranno trovare un valido punto di caduta, volto a tutelare il diritto al lavoro e la tenuta dell’impresa.

La solidarietà che riteniamo virtuosa ed efficace, non si traduce solamente nella vicinanza umana, seppur imprescindibile, ma anche nella valorizzazione delle competenze e del patrimonio conoscitivo che quegli operai hanno sviluppato, e che rappresentano una ricchezza e un valore aggiunto per i nostri territori.

Per comprendere il quadro in cui si consuma questa crisi, è opportuno sottolineare come, da decenni, la compressione dei salari, in cui rientra a pieno titolo anche la riduzione delle tutele dei lavoratori (si pensi ai drammatici dati delle morti sul lavoro che caratterizzano il nostro Paese e la nostra regione) sembra essere la leva prevalente su cui agire per rispondere alla crescente competizione.

Ad incidere è anche la logica del massimo ribasso attuata diffusamente nelle procedure d’appalto, che rende spesso umilianti le condizioni di lavoro di giovani laureati che, con quegli strumenti di mercato, devono procacciarsi la “pagnotta precaria” con cui tirare avanti; ad aggravare il carico, si inseriscono le condizioni di invivibilità che certe forme di sharing economy impongono al bracciantato digitale. Si pensi ai riders per tutti.

In tal senso auspichiamo il definitivo superamento di queste logiche sia valorizzando il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, sia mediante l’approvazione della legge sugli appalti per le PMI: un lavoro di qualità e buona occupazione restituiscono dignità ai lavoratori e allo stesso tempo producono risultati migliori per l’economia e la società.

Occorre pertanto attuare con più forza un cambio di mentalità.

Negli ultimi 10 anni due crisi sono intervenute dandoci vecchie conferme ma proponendoci anche nuove sfide.

La conferma è riferita a quello che sappiamo da sempre ovvero che il sistema capitalistico è intrinsecamente instabile.

Come ci ha insegnato per l’ennesima volta la crisi del 2008 il sistema capitalistico, sempre più finanziarizzato, se non regolamentato in modo adeguato dall’intervento pubblico produce dei danni e costi sociali altissimi che sono pagati dai più deboli, con un aumento spaventoso delle diseguaglianze economiche e sociali.

La nuova sfida è prendere atto che il sistema capitalistico, lasciato a se stesso senza il sostegno di un importante intervento pubblico, è incapace di affrontare in modo adeguato shock esterni di portata globale, come ci sta insegnando la Crisi Covid19.

In altre parole c’è bisogno di un importante programmazione e pianificazione, supportate da ingenti finanziamenti pubblici, poiché il laissez faire di ispirazione liberista si sta dimostrando profondamente inadeguato e iniquo. Non è un caso che la risposta alla crisi attuale da parte delle due economie a capitalismo più avanzato, Regno Unito e USA, sia quella di stampare digitalmente moneta (migliaia di miliardi per importi superiori al 10% dei rispettivi PIL) da iniettare direttamente al sistema economico attraverso i rispettivi governi.

C’è bisogno, quindi, di un ripensamento profondo, perché continuare a cercare la panacea dei mali in quegli stessi strumenti che i mali hanno provocato e che si stanno dimostrando incapaci di contrastarli ha dell’autolesionistico e si pone ai confini della perversione.

Ridurre il costo dei salari genera una loro deflazione che è perversa in quanto potenzialmente generatrice di una deflazione globale e sappiamo che questa colpisce, in prima battuta le stesse imprese, che nell’ambito del loro ciclo produttivo si trovano a comprare i fattori produttivi a prezzi più alti ed a vendere le merci realizzate quando i prezzi sono più bassi, con una compressione dei profitti dovuta proprio alla deflazione stessa.

Quindi perché rincorrere la strada della compressione salariale se l’esito è, alla fine, quello della riduzione dei margini di profitto dell’impresa?

Mentre le politiche monetarie di tutto il mondo cercano di promuovere un po’ di inflazione, le leve che le imprese tendono ad usare vanno nella direzione opposta, producendo deflazione. Questo è un problema che le imprese lasciate da sole, in balia della concorrenza, effettiva o presunta che sia, non possono del tutto contrastare, con la conseguenza che la deflazione si scarica integralmente sui lavoratori e sui redditi dei cittadini che hanno una sempre minore capacità di acquisto.

Le famiglie lo sanno bene.

Meglio sarebbe, invece, agire sul costo del lavoro non lato salari, ma lato cuneo fiscale, liberando risorse per nuovi investimenti pubblici e privati e per garantire migliori redditi e maggior propensione ai consumi.

Prescindendo dalla vertenza in questione, non si tratta di fare una classifica di imprenditori buoni o cattivi, o di capitalismo buono o cattivo; fin quando i meccanismi di incentivi e gli strumenti a disposizione degli imprenditori prevedono certe opzioni, quelle opzioni saranno “legittimamente” perseguite e attuate. (Per inciso, in questo scenario i comportamenti imprenditoriali virtuosi e controcorrente sono sempre possibili e nel caso vanno fortemente sostenuti.)

Bisogna interrogarsi quindi sul perché questi incentivi sono state introdotti e quali effetti abbiano sortito per il benessere della collettività.

Il problema va analizzato da una prospettiva storico-economica e, in ultima analisi, bisogna riflettere sul sentiero evolutivo, o meglio involutivo, che il capitalismo ha seguito in Italia in questi ultimi trent’anni. Se questo che viviamo è un passaggio storico, e noi crediamo lo sia, bisogna interrogarsi su queste questioni uscendo dallo “logica dello stadio” e togliendo gli abiti dei tifosi che da sempre influenzano il dibattito pubblico nel nostro Paese.

L’assenza di politiche industriali, il ridursi al lumicino dell’intervento pubblico evocato poi a gran voce nei momenti di difficoltà dalle stesse banche ed imprese, l’ingessare gli Stati europei in un’austerity ideologica, il modello mercantilista tedesco che condiziona l’Unione Europea e la compressione esasperata dei salari, sono “modelli”, riteniamo, non più validi.

Questo è il ragionamento da fare per il bene dei nostri figli, e la politica e le Istituzioni in questo momento non possono fermarsi ad aspettare, sperando che tutto riprenda come prima.

Colpisce, in queste settimane, la totale assenza di iniziativa, di prospettiva e di progettualità della Regione e del Comune di Perugia, pervenuti solo per le sterili polemiche col livello centrale.

Bisogna tornare a discutere questi e altri temi, in modo chiaro, aperto e trasparente, segnando delle precise linee di demarcazione valoriali rispetto alle quali posizionarsi.

Non vogliamo dispensare consigli a coloro che stanno faticosamente conducendo questa trattativa, ma crediamo che una “piccola” (sia ben chiaro che anche la difesa di un solo posto di lavoro ha un valore assoluto) vertenza come quella che coinvolge Gastronomia Umbra, abbia un grande valore simbolico, perché chiama tutti ad esprimersi sul mondo in cui vorremo abitare, e perché chiede conto delle scelte fatte in questi ultimi decenni.

Ora è tempo di iniziare a prendere una posizione che non sia più ambigua e ondivaga rispetto ad un tema centrale come quello della dignità del lavoro e del ruolo economico e sociale delle imprese. Si tratta di un appuntamento con la storia.

Partito Democratico Perugia